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Nel chiostro del Cenacolo a tavola con lo chef in nome di Leonardo

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Pareva quasi di sentirlo brontolare sottovoce, il buon Leonardo. Non contro la cena ma contro le passioni gastronomiche un po’ troppo carnivore del duca di cui era a servizio. «Ecco alcuni dei semplici piatti che avrei preparato se il mio Sire non li avesse rifiutati con tutta la loro delicatezza e purezza, per preferire quell’orrendo intruglio di carne e ossa: sei broccoletti lessi con uova di storione e crema». È uno degli aneddoti raccontati ieri nella cena che lo chef Massimiliano Babila Cagelli ha organizzato nel chiostro di Santa Maria delle Grazie a fianco del Cenacolo Vinciano.

Silenzio, luci basse, il passaggio lento nella sacrestia Bramantesca. E quella domanda inevitabile che arriva davanti all’Ultima Cena: fin dove può spingersi oggi un museo? Quanto può aprirsi al privato senza perdere sé stesso ma, al contrario, dimostrando come uno dei più grandi capolavori del mondo contribuisce a mantenere in vita il sistema museale pubblico?

L’evento è stato una risposta efficace, a partire dai “limiti invalicabili”: come racconta Angelo Crespi, direttore del Museo Nazionale del Cenacolo Vinciano e della Pinacoteca di Brera: «Dentro il Cenacolo non si può consumare nulla». «La cena è nel chiostro del convento dei domenicani, che non è nostro». La distinzione è fondamentale: il museo concede solo l’accesso fuori orario all’opera, con numeri contingentati ben al di sotto di quelli ordinari.

Musei sì, ma anche organismi culturali ed economici complessi, capaci di produrre ricavi e finanziare cultura e socialità. Nel 2025 il Cenacolo ha ospitato 74 serate straordinarie, con circa 460 mila euro di introiti. Già 31 le aperture nel primo semestre 2026 per circa 350 mila euro. La domanda allora cambia: non è più soltanto “si può usare il Cenacolo per eventi privati?”, ma forse “un museo pubblico oggi può permettersi di non produrre risorse?”.

Nello scenario si inserisce l’iniziativa dello chef e appassionato d’arte Cagelli. Prima campione italiano dei 200 rana e della 4x100 mista, poi chef autodidatta, ha trasformato il suo Tavolo Unico di Busto Arsizio in uno dei casi della ristorazione lombarda, tra sale private e opere d’arte, da Renoir a Picasso, da Chagall a Dalì.

Nel chiostro delle Grazie passano pannacotta di cavolfiore, caviale e caramello allo yuzu, gambero rosso affumicato a freddo, cipolla in cinque preparazioni, filetto di storione in oliocottura, crema all’aglio e furikake.